Museo Archeologico di Novara
La varietà dei donatori
La varietà dei donatori e delle provenienze
La Società Archeologica Novarese pel Museo Patrio, soprattutto nei primi anni di attività, diede un notevole contributo alla tutela delle testimonianze archeologiche e numismatiche del territorio, attirando numerose e varie donazioni. L’idea di conservare le antichità con nobili finalità di pubblica fruizione ed educazione permeò l’operato del sodalizio, culminando nella donazione di tutte le raccolte al Comune di Novara al momento dello scioglimento.
La connotazione principale della Società, dichiarata nello statuto, era la difesa dell’identità storica, tradotta in attenzione al territorio di Novara e dintorni. La forza del gruppo risiedeva nei consensi fatti convergere sul suo programma culturale: aderirono all’associazione studiosi accreditati e semplici interessati di memorie antiche, che offrirono materiali e segnalarono le possibilità di recuperi.
I dati relativi alle donazioni, alle scoperte e alle circostanze che le determinarono, provengono da diverse fonti d’informazione: la corrispondenza e gli appunti manoscritti dei consociati, la nutrita bibliografia ottocentesca di Antonio Rusconi e Pietro Caire, ma soprattutto il registro di carico tenuto dalla Società, detto ‘Registro doni’. Dalle sue pagine ricaviamo il quadro della connessione del Museo con il territorio, data la provenienza dei reperti donati da tutto il Novarese fino al Lago Maggiore e all’Ossola e ai territori confinanti della Lomellina e del Canton Ticino.
Anche i donatori, oltre il centinaio solo per i reperti archeologici, sono della più varia estrazione. Oltre a quelli dei già citati soci ed eruditi, sono considerevoli i contributi della nobiltà e dei ricchi possidenti, come il cavalier Giuseppe Gautieri che donò manufatti romani dalle sue tenute in Casalbeltrame, esponenti di famiglie lomelline (i conti Leonardi, i Rocca Saporiti) e novaresi (il conte Pernati, senatore del Regno, originario di Momo; il cavalier Rognoni di Sozzago, il cavalier Edoardo Caccia di Varallo Pombia). Folta è anche la schiera della ricca borghesia, composta da medici (Antonelli di Maggiora), farmacisti (Niccolini di Ghemme), notai (Barzaghi di Trecate) e soprattutto ingegneri e avvocati, come l’avvocato Manti che donò un calamaio romano da Lumellogno o l’avvocato Ercole Panzarasa di Novara, che offrì vari reperti dalle sue proprietà in Borgolavezzaro. Non mancano poi i parroci (il sacerdote Giuseppe Caviggioli di Borgomanero, il parroco Bordiga di Olengo, il teologo Bosisio di Borgovercelli, i sacerdoti Diverio e Degianni di Revislate, don Canelli di Briga Novarese), i maestri (Marco Ferrari di Novara), i sindaci (Ribolezzi di Carpignano) e i segretari comunali (Francia di Omegna). Troviamo anche l’esattore in Trecate Francesco Borgnis, il ragionier Carlo Quaglino, segretario del Consorzio agrario sempre a Trecate, o i due orefici Marco Lavatelli di Novara e Alessandro Scavini di Intra. Restano privi di una connotazione professionale i tanti indicati semplicemente come “Sig.”, mentre in pochi casi troviamo puntuali indicazioni per attività diverse come: Giorgio Fornara, giardiniere in Novara, il sig. Giraldi, panettiere in Carpignano Sesia o Giovanni Mina, pittore di Orta. Nella lunga lista di donatori compaiono due sole donne: Rosina Motta, vedova Patoia, con doni da Sillavengo, e Antonietta Fonio vedova Bermani, che offrì reperti da Galliate.
Occorre sottolineare che la raccolta archeologica novarese, così come altre coeve, non è il risultato di ricerche, ma frutto di donazioni di scopritori occasionali o di acquisti di amatori, ancora legati a una concezione antiquaria che privilegiava il valore intrinseco degli oggetti a detrimento dei contesti di provenienza. Questo è il motivo per cui nella quasi totalità derivano da necropoli: le tombe, per le loro caratteristiche strutturali e rituali, consentono il recupero di reperti integri o facilmente ricomponibili.
Sono infatti elementi di corredi funerari d’età romana da Borgolavezzaro gli oggetti donati a più riprese dall’avvocato Ercole Panzarasa, così come quelli dalla stessa località conferiti dall’ingegner Conti e dall’avvocato Tranquillino Galli.
Varie sono anche le elargizioni da contesti tombali di Romentino, per lo più grazie a Giuseppe Martelli che li rinvenne “in regione Fossale nel c.d. Campo Romano”; tra essi si annovera un’anforetta invetriata d’età augustea, manufatto di pregio decorato a matrice con motivi a rilievo.
Il cavalier Giuseppe Gautieri, esponente di una nobile famiglia originaria di Nizza, trasferita sin dal XVII secolo a Casalbeltrame, dove possedeva vasti terreni agricoli e una dimora, oltre a donare nel 1898 al Comune di Novara tutta la sua collezione numismatica, composta da 40 monete d’oro e oltre 700 in argento e “metallo vile”, nel 1875 offrì al Museo Patrio una quindicina di reperti ceramici e una lucerna databili tra il I e il IV secolo d.C., che per le ottime condizioni di conservazione, pur in assenza di dati sul ritrovamento, appaiono ascrivibili a sepolture.
Insolito è infine l’oggetto integro che nel Registro doni è definito “vasetto laterizio in forma di lucerna”, in realtà un calamaio databile all’età romana imperiale: dono dell’avvocato Luigi Manti, rinvenuto presso il Molino del Bosco a Lumellogno, riporta il luogo di ritrovamento - indicato nel Registro – anche in una scritta dipinta sul fondo del reperto.
(a cura di Elena Poletti Ecclesia)