Museo Archeologico di Novara
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Grazie a questa timeline potrete compiere un viaggio virtuale dalla Preistoria all’Età Moderna, alla scoperta delle culture che si sono susseguite sul territorio e delle caratteristiche delle singole epoche, attraverso schede e immagini dei reperti di ogni fase cronologica conservati nella collezione novarese.
Le più antiche fasi della Preistoria sono documentate da singoli oggetti in selce e, quindi, in metallo, che consentono di apprezzare le conquiste tecnologiche dell’uomo nell’Età del Rame e del Bronzo. Addentrandosi nella Prima età del Ferro, invece, si potrà seguire l’evoluzione della “Cultura di Golasecca” che ha avuto un ruolo cruciale nello sviluppo economico e sociale dell’Italia preromana e che è rappresentata da una notevole quantità di reperti provenienti dai primi scavi che ebbero luogo a Castelletto Ticino. Il percorso nella Seconda Età del Ferro, poi, permette di conoscere la società celtica e la sua graduale fusione con la cultura propriamente romana. Per l’età Romana numerosi e ricchi sono i reperti provenienti da corredi funerari, tra i quali degni di nota gli oggetti in vetro. Alcuni oggetti d’oro e d’argento, appartenuti a tesoretti occultati dai loro proprietari in momenti di pericolo, testimoniano la fase di crisi dell’Impero romano, minacciato dalle invasioni barbariche. Esplorando l’Alto Medioevo si incontrano i corredi longobardi da Borgo Vercelli, mentre un salto nell’epoca moderna permette di avere un assaggio dell’artigianato ceramico della Novara Rinascimentale.
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Preistoria: dal neolitico all'età del bronzo
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Preistoria: dal neolitico all'età del bronzo: -6000 → -900
I materiali preistorici del Museo di Novara rappresentano una piccola parte della collezione, per cui sono state raccolte in questa fascia cronologica tutte le testimonianze riferibili alle due grandi fasi in cui viene convenzionalmente suddivisa, l’Età della Pietra e l’Età dei Metalli. L’esiguità delle testimonianze preistoriche si spiega da un lato con la loro conservazione più difficile, dall’altro con la scarsa conoscenza che all’epoca della costituzione delle collezioni nell’Ottocento ancora vi era.
L’Età della Pietra, convenzionalmente distinta in Paleolitico, Mesolitico e Neolitico, in base alla progressiva acquisizione di modi di vita e tecnologie sempre più raffinate, è testimoniata unicamente da ritrovamenti sporadici, nella maggior parte acquistati sul mercato antiquario, per cui non si conoscono i contesti originari di provenienza. Si tratta nella maggior parte dei casi di manufatti in pietra levigata, accette e una mazza, provenienti da Breme, Suno, Borgoticino e Meina e di un gruppo di manufatti in selce, di incerta provenienza, testimonianze del Neolitico (V-III millennio a.C.). Questo periodo fu contraddistinto da grandi innovazioni che segnarono una rottura con le fasi precedenti tanto che questa fase è anche nota come “età della pietra nuova” e/o “rivoluzione neolitica”. I grandi cambiamenti, determinati anche da una fase climatica calda, consistettero nell’introduzione di agricoltura e allevamento, nell’acquisizione della tecnica della levigatura della pietra, della lavorazione della ceramica e nell’arte della tessitura, nonché nella modalità di vita sedentaria e non più nomade. Le accette in pietra levigata sono utensili “simbolo” di un’agricoltura iniziale che doveva farsi spazio con un massiccio disboscamento delle foreste, per l’edificazione dei villaggi e la coltivazione dei campi.
L’Età del Rame (o Eneolitico, 3500-2200 a.C.) vide la diffusione della metallurgia di questo metallo, proveniente dalle vallate alpine. Il rame fu usato solo per oggetti di piccole dimensioni, elementi d’ornamento, utensili o armi, considerate di prego e di elevato valore simbolico. Fino alla successiva età del Bronzo prevalse, infatti, l’uso della pietra (soprattutto selce) con cui si realizzavano utensili e armi, divenuti ormai produzioni specializzate frutto di tecniche assai sviluppate. La serie di strumenti litici in selce scheggiata (punte di freccia, lame, raschiatoi) conservata in museo e databile all’età del Rame/età del Bronzo, ne sono testimonianza. Le punte in freccia, in particolare, attestano l’ampia diffusione dell’arco non solo per la caccia, ma anche per la guerra. La punta di pugnale foliata da località novarese imprecisata potrebbe, inoltre, dimostrare la presenza all’interno delle piccole comunità formate in questo periodo di ceti guerrieri che si differenziano nelle tombe per la collocazione rituale di armi in selce, come testimoniato in altre aree.
La gestione dei traffici sulla lunga distanza e il controllo del territorio e delle vie di transito divenne caratteristica peculiare della successiva Età del Bronzo (2.200-900 a.C.), durante la quale le comunità divennero molto più organizzate. Emerse un artigianato sempre più specializzato e l’intensificarsi dei commerci a vasto raggio portò a scambiare prodotti artigianali finiti con materie prime o beni di lusso, come l’ambra e lo stagno. Con il bronzo, la nuova lega metallica che unisce rame e stagno, lavorato tramite fusione da metallurghi itineranti venivano prodotti armi ed ornamenti, come quelli conservati a Novara. Tra le armi si trovano punte di lancia, asce, pugnali (esemplari da Oleggio, Maggiora, Voghera), mentre tra gli ornamenti personali spiccano bracciali decorati, come quelli ritrovati a Romentino, e gli spilloni attestati ad esempio a Castelletto Ticino, Sologno e Comignago.
Attraverso la navigazione e l’utilizzo di percorsi paralleli ai fiumi (Ticino, Agogna, Sesia, Terdoppio) si svilupparono grandi traffici tra le aree di pianura, i passi alpini e l’Oltralpe e di conseguenza sorsero anche nuovi insediamenti. Nella collezione novarese è attestata la cosiddetta “cultura di Canegrate” comparsa nel XIII secolo a.C. (Bronzo Recente) in un ampio areale comprendente la Lombardia occidentale, la provincia di Novara e parte di quella di Vercelli (con una particolare concentrazione lungo l’asse Ticino-Lago Maggiore), il Canton Ticino. Tipiche di questa cultura erano le sepolture a cremazione (“Campi d’Urne”) con la collocazione dei resti del defunto in un contenitore ceramico (urna, si veda l’esemplare da Lumellogno) e la presenza di elementi di corredo, spesso deformati dal calore del rogo funebre. In museo si trovano ad esempio una spada, uno spillone e del vasellame ceramico tipico di questa fase.
Prima età del ferro: -900 → -400
Dalla fine del XIII fino al I secolo a.C. si sviluppa la Protostoria che corrisponde alla fase finale dell’età del Bronzo (Bronzo Finale) e all’età del Ferro, suddivisa a sua volta in due grandi fasi (Prima e Seconda età del Ferro).
La Prima età del Ferro (IX-V a. C.) vide lo sviluppo della cosiddetta “Cultura di Golasecca”, espressione di popolazioni di origine celtica diffuse nell’Italia nord-occidentale (Lombardia e Piemonte) tra le Alpi e il Po, con i centri principali attorno allo sbocco del lago Maggiore nel Ticino (territori di Castelletto Ticino, Sesto Calende e Golasecca) e presso il ramo di Como dell’omonimo lago. Questa fase è quella più ampiamente rappresentata nelle collezioni novaresi, che poterono attingere ai numerosi ritrovamenti che vennero fatti nel territorio di Castelletto Ticino.
La maggior parte delle informazioni sulla cultura di Golasecca derivano proprio dallo studio delle necropoli. Il rito funerario era la cremazione, nella forma cosiddetta indiretta: tale pratica prevedeva che il corpo del defunto venisse bruciato in altro luogo rispetto a quello finale di sepoltura. Le ceneri venivano poi raccolte e deposte in un’urna coperta da una ciotola in ceramica e messe nella tomba, che poteva essere una fossa semplice oppure rivestita di ciottoli o lastre di pietra. Nelle fasi più antiche della cultura di Golasecca, nelle tombe, assieme alle urne biconiche o situliformi contenenti le ceneri e decorate con incisioni a denti di lupo, reticoli e impressioni a cordicella, venivano messi pochi altri oggetti di corredo, quali fibule, spilloni e pendagli in metallo, qualche vaso ceramico. Nel corso dell’VIII ma soprattutto nel VII sec. a.C., gli oggetti di corredo divennero sempre più numerosi e raffinati: armi, ornamenti personali con inserti in materiale pregiato, utensili di vario tipo (fusaiole, rocchetti, spiedi, pinzette…). Nelle sepolture vi è la presenza costante di un bicchiere (detto “vasetto accessorio”) e di altri recipienti che rimandano alla pratica del banchetto funebre. Nel periodo del massimo sviluppo di questa civiltà (prima metà del VI-inizi del V sec. a.C.) le necropoli sono testimoniate da un gran numero di tombe e dai loro corredi estremamente ricchi e ben distinguibili per sesso e posizione sociale del defunto. Oggetti tipici del corredo maschile erano ad esempio le armi, le armille a capi sovrapposti, le fibule ad arco serpeggiante, i completi da toilette; alle donne erano riservate, invece, fibule di molteplici tipologie (a sanguisuga, a navicella, a grandi coste, ad arco ingrossato…) spesso impreziosite da decorazioni in corallo o ambra, fusaiole e rocchetti in terracotta, pendagli con lunghe catenelle e collane, armille con estremità aperte, perle di pasta vitrea. Il vasellame di questa fase, realizzato al tornio e quindi dalle forme più articolate, riporta decorazioni differenziate ottenute con la tecnica dello “stralucido” (motivi geometrici lucidi su fondo opaco del vaso a dare contrasto cromatico). Alcuni oggetti sono deformati dall’azione del calore del rogo funebre, mentre altri risultano spezzati intenzionalmente a scopo rituale.
I reperti presenti a Novara della Cultura di Golasecca sono stati in parte acquistati, in parte donati negli ultimi decenni dell’Ottocento, in parte recuperati con scavi promossi dalla direzione del Museo ai primi del Novecento. Il sito più rappresentativo è quello di Castelletto Ticino, dove gli scavi e i ritrovamenti furono seguiti soprattutto dall’antiquario C. Marazzini, che negli stessi decenni era stato autore delle scoperte nella vicina località Cascinetta (Varallo Pombia). Egli, avvalendosi anche dei consigli di noti archeologi quali Pompeo Castelfranco, esercitò un’attività di scavo straordinariamente intensa.
A Novara pervennero anche alcuni dei reperti rinvenuti ad Ameno grazie all’attenzione di Giulio Decio, lo scopritore di una necropoli rappresentativa delle prime fasi golasecchiane (IX secolo a.C.), che scavò tra il 1915 e il 1930 e di cui volle donare la propria quota di “premio” spettante per la scoperta ai Musei novaresi: si tratta soprattutto di urne biconiche.
Un altro sito molto importante testimoniato presso il museo di Novara è quello della necropoli ritrovata a San Bernardino di Briona, che con i suoi numerosi e preziosi materiali documenta le fasi del VI-V secolo a.C., tra essi sono degni di nota due elmi in bronzo e situle, sempre in bronzo, considerati produzioni etrusche, rappresentative della capacità commerciale di queste genti.
Lo stesso periodo è rappresentato anche dai ritrovamenti avvenuti a Bellinzago Novarese, recuperati ai inizio Novecento, purtroppo con scavi non documentati dall’avv. Apostolo che, nel secondo dopoguerra, li conferì al Museo di Novara: tra i reperti più significativi alcuni ornamenti in bronzo ben conservati.
Seconda età del ferro: -400 → 0
La Seconda età del Ferro (V-I a.C.) si caratterizza per la cosiddetta Cultura di La Tène, espressione di un evento che cambiò la vita delle popolazioni che vivevano in questi territori: la migrazione di genti galliche provenienti dall’Europa centrale in cerca di nuovi territori.
La più grande e potente tribù che si stanziò nella Pianura Padana fu quella degli Insubri. Il lotto di materiali ritrovati presso la località Sforzesca di Vigevano, donati al museo di Novara dal marchese Rocca Saporiti, rappresenta il periodo scarsamente documentato del IV-III secolo a.C., cioè del passaggio dalla Cultura di Golasecca a quella di La Téne.
Anche per questa fase protostorica la maggior parte delle informazioni è ricavata dallo studio delle testimonianze funerarie: nelle collezioni novaresi sono presenti, oltre ai già citati reperti dalla Sforzesca di Vigevano, elementi di corredi da Cassolnovo (PV) e Sozzago (NO), oltre ad altri reperti isolati da altre località (Arona, Bannio Anzino, Nonio). Purtroppo si tratta di ritrovamenti privi di dati sui contesti e sulle associazioni. Possiamo però osservare la presenza consistente di armi, soprattutto della spada, che era lo status symbol dei guerrieri gallici: spesso ritrovate ripiegate, ci rivelano l’usanza rituale della distruzione sul fuoco del rogo funebre. Tra gli ornamenti personali ci sono le fibule, indossate sia da uomini sia da donne per chiudere i vestiti e i mantelli. Altro elemento tipico del corredo funerario è il vasellame ceramico, testimoniato in diverse forme e tipologie. Tra le forme più tipiche si segnalano i vasi a trottola, contenitori per il vino diffusi nel comprensorio Verbano-Ticino. Troviamo inoltre vasellame a vernice nera frutto di commerci ad ampio raggio con le zone centro italiche grazie alle vie d’acqua.
L’economia, basata ancora molto sull’agricoltura e l’allevamento, si avvia ad un iniziale sistema monetario. Il medagliere del museo di Novara accoglie una delle più ricche collezioni dell’Italia settentrionale di dracme padane, cioè le monete prodotte dai Celti ad imitazione di quelle di Massalia, la colonia greca di Marsiglia, che attraverso i commerci marittimi esercitò una notevole influenza sulle coste del Mediterraneo e dei territori circostanti). Si vedano a riguardo i tesoretti di monete ritrovati a Borgovercelli e Lumellogno (Novara). Essi, oltre a fornire indicazioni sui coni monetali, attestano un momento di incertezza e forte pericolo, forse legato all’avanzata dei Romani nella pianura Padana, che portò i proprietari delle monete a nasconderle.
Età romana: 0 → 476
Il passaggio tra la seconda età del Ferro e la piena epoca romana avvenne tramite la cosiddetta “romanizzazione”, un insieme di processi che portarono all’assimilazione da parte dei Romani delle popolazioni abitanti nei territori che nel corso dei secoli furono da essi conquistati. Fu un’integrazione economica, politica e sociale lenta e pacifica, che per questa zona si completò con l’età augustea. L’imperatore Augusto organizzò l’Italia in Regioni: la Regio XI Transpadana comprese sostanzialmente il territorio piemontese e la Lombardia occidentale a nord del Po; il municipium, cioè la città più importante e di riferimento, era Novaria (Novara), costruita proprio come una nuova città.
La fitta distribuzione dei ritrovamenti di necropoli rivela la diffusa presenza umana sul territorio. Prevale il tipo di popolamento cosiddetto per pagos vicosque, cioè per villaggi sparsi, già tipico dei Celti: ampie unità territoriali articolate in agglomerati abitativi minori (villaggi). Questi piccoli centri rurali praticavano ancora prevalentemente l’agricoltura, ma ebbero un impulso rivalente anche le attività commerciali, facilitate dal sistema viario sempre più strutturato, che permetteva collegamenti tra i centri rurali, Novaria e le altre grandi città dell’impero. Non furono, però, abbandonate le vie d’acqua.
Il processo di romanizzazione e la piena acquisizione del costume romano è riconoscibile nella collezione archeologica novarese soprattutto grazie ai materiali appartenenti ai contesti funerari, ritrovati tra Ottocento e primi del Novecento in gran parte in ritrovamenti occasionali (costruzione linee ferroviarie, lavori di bonifiche agricole, costruzioni edilizie) e donati in piccoli lotti da privati cittadini. Solo la necropoli di S. Giorgio di Pombia è frutto di uno scavo sistematico, sebbene condotto senza attenzione alla documentazione dei contesti e all’associazione dei reperti nelle tombe. La tendenza purtroppo era quella di considerare soprattutto i ritrovamenti di necropoli con materiali integri e ben conservati, mentre poca attenzione era posta ai contesti d’abitato.
I corredi d’età romana sono costituiti prevalentemente da vasellame ceramico, tra cui compaiono nuove tipologie come la terra sigillata dal caratteristico colore rosso, utilizzata per i servizi da tavole (piatti, vassoi, coppette) o la ceramica a pareti sottili, riservata a bicchieri e coppette per le bevande.
Troviamo poi abbondanti recipienti in ceramica comune, olle, tegami, mortai, che oltre ad un uso nella quotidianità in cucina, venivano deposti nelle sepolture a ricordo del banchetto funebre. L’elemento di corredo ceramico certamente più diffuso è l’olpe, la bottiglia da vino, legata al valore simbolico della bevanda.
Le collezioni novaresi vantano per quest’epoca una grande rappresentazione delle produzioni vetrarie, vuoi per la particolare predilezione dei collezionisti, vuoi per il fatto che lungo il lago Maggiore e il Ticino si ritiene sorgessero vetrerie che utilizzavano le sabbie quarzose per la loro produzione. Vasta è la gamma di balsamari, contenitori per profumi di svariati colori e forme, tra cui le graziose colombine, si trovano anche contenitori da tavola quali coppe, bicchieri, olle, brocche.
Un altro tipico dono funerario d’età romana di cui le collezioni novaresi conservano un buon campionario sono le lucerne, gli strumenti da illuminazione ad olio, modellate con l’argilla entro matrici che riportano raffigurazioni nella parte superiore e, in alcuni casi, marchi di fabbrica sul fondo.
Nelle collezioni novaresi si annoverano anche alcuni corredi funerari tardoromani (IV-V secolo), non molto comuni. I siti di Briga Novarese, Gozzano, Nonio, Sozzago, mostrano le ceramiche invetriate che si diffusero soprattutto nel periodo tardoantico (III-V d.C.).
All’età romana imperiale si data anche la collezione epigrafica del Comune di Novara, costituita da qualche monumento funerario, e da un interessante lotto di 14 altari votivi, provenienti da Suno, località San Genesio. Essi, con le loro iscrizioni di dedica a svariate divinità, attestano la presenta di un luogo di culto di notevole importanza in cui si osserva la compresenza di divinità del pantheon romano con altre di origine celtica, quali Mercurio, Ercole e le Matrone.
Un fenomeno particolare rappresentato presso la collezione novarese sono i tesoretti di monete e gioielli, i cosiddetti ripostigli, gruzzoli di preziosi volutamente occultati dai possessori. I casi di Ghemme, Fara e Momo, databili grazie alle monete e ai gioielli attorno al III secolo d.C., dimostrano che anche i territori novaresi vissero in quel secolo, caratterizzato dalle prime incursioni barbariche, un momento di forte pericolo.
Per quanto riguarda la città di Novara, sono documentati nella collezione reperti da aree funerarie cittadine, come la necropoli di San Lorenzo da cui provengono materiali molto pregiati, e da necropoli situate nelle odierne frazioni (Pernate, Lumellogno, Olengo), che in antico costituivano piccoli villaggi appena al di fuori dal tessuto urbano. Poco documentato dalle collezioni è il contesto urbano di Novaria, che era munita di mura, intercettate in più punti della città moderna, e doveva avere edifici pubblici e strutture monumentali dedicate a funzioni civiche o al culto, come documentano frammenti di una statua monumentale in bronzo. Sono numerosi, invece, i ritrovamenti relativi alle anfore da trasporto, tipicamente usate per i commerci lungo le vie d’acqua di derrate alimentari (olio, vino, salse) e, una volta svuotate, riusate per il drenaggio di terreni umidi e paludosi.
Medioevo: 476 → 1492
Il periodo altomedievale è documentato nella collezione dai reperti provenienti dalla necropoli longobarda di Borgovercelli. I Longobardi, popolazione germanica originaria della Scandinavia, penetrarono in Italia dalle Alpi orientali, occuparono Forum Iulii (Cividale del Friuli) e in poco tempo conquistarono le principali città dell’Italia centro settentrionale. Pavia divenne la capitale del loro regno e sottomisero ampie parti del territorio anche grazie ad una serie di centri localizzati in punti strategici.
Tra i ritrovamenti di Borgovercelli prevalgono gli oggetti di corredo di sepolture maschili, riconoscibili per la presenza di armi (spade, scramasax - coltellacci -, punte di lancia, un’ascia) e di elementi di finimenti di cavallo (es. morso). Essi dimostrano l’importanza e il ruolo di spicco dei guerrieri nella società longobarda: erano ottimi cavalieri e il cavallo era talmente ‘sacro’ da essere sacrificato alla morte del proprietario. Simbolici sono anche gli oggetti d’ornamento e del vestiario quali fibbie e placchette metalliche decorate di foderi e cinture di sospensione e gli elementi dello scudo di difesa.
Le sepolture femminili, invece, si distinguono per i gioielli, quali collane in ambra e bracciali in bronzo. Elementi comuni ad entrambe sono le ceramiche decorate “a stampiglia”, cioè a crudo tramite punzoni con motivi elementari e poi lucidati, ben rappresentate nei corredi della collezione novarese.
Età moderna: 1492 → 1789
La collezione novarese conserva un piccolo lotto di materiali d’uso quotidiano di Età Moderna ritrovati durante scavi in alcuni cantieri attivi nell’Ottocento-primi del Novecento in città.
Si tratta per lo più di vasellame ceramico, intero o in frammenti, inquadrabile tra il XIV e il XVII secolo.
Sono una produzione di XIV secolo due boccali in ceramica smaltata (maiolica arcaica) donati al museo dall’Ospedale Maggiore di Novara. Appartiene alla classe delle cosiddette ‘ceramiche graffite’ il fondo di scodella dipinta “a ramina e ferraccia” di XV secolo trovata presso la distrutta chiesa di San Simone.
Dagli scavi effettuati nell’area della cosiddetta ‘Cunetta’, l’imponente opera idraulica che interessava larga parte della città, è emerso un boccale di XVI secolo, in ceramica smaltata monocroma, definito nei registri del museo come ‘anfora spagnola’: questa tipologia era usata per la mescita delle bevande sulla tavola al posto dei boccali metallici. Dallo stesso cantiere provengono anche quattro frammenti di steli di calici in vetro soffiato decorati a rilievo, riconducibili a due diverse tipologie e databili tra XVI - inizi XVII secolo.
Un interessante lotto di reperti d’età moderna è il tesoretto monetale di Ponzana, rinvenuto in terreni di proprietà del Collegio Caccia nella campagna di Casalino. Si tratta di 26 monete d’oro, per lo più scudi, databili attorno alla metà del XVI secolo, una testimonianza archeologica preziosa, oltre che per l’intrinseco valore delle monete, per la loro qualità di documento storico di un’epoca in cui la pianura novarese fu teatro di combattimenti in concomitanza dell’occupazione spagnola del Ducato di Milano ad opera di Carlo V d’Asburgo. Novara, infatti, dal XIV secolo inserita nel Ducato di Milano, ne seguì le sorti dapprima con la dominazione spagnola, quindi con quella austriaca.
Sezioni tematiche in evidenza
Sezione XXII
La necropoli a tumuli dell’età del Ferro di San Bernardino di Briona
Gli scavi di Pietro Barocelli (1917-1920)
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La necropoli a tumuli dell’età del Ferro di San Bernardino di Briona
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