Museo Archeologico di Novara
I ripostigli
I ripostigli di dracme padane
Con il termine convenzionale di “dracme padane” si fa comunemente riferimento alle monete in argento coniate dalle popolazioni insediate in Italia settentrionale tra il III e il I secolo a.C., ossia nel periodo precedente e immediatamente successivo alla progressiva conquista della regione da parte dei Romani. Si tratta di emissioni che mantengono, nel corso del tempo, caratteristiche ricorrenti e ben riconoscibili: al Diritto vi campeggia infatti una testa di Artemide, con in bella mostra una fronda di foglie d’ulivo tra i capelli, una collana di perle e, in primo piano, un elegante orecchino a tre pendenti appoggiato alla porzione laterale del collo, mentre al Rovescio è presente il profilo sinuoso di un leone a figura intera avanzante verso destra; al di sopra della schiena dell’animale è quasi sempre apposta una scritta, per lo più impiegando l’alfabeto greco, più o meno rielaborato e/o con frequenti errori grafici commessi da incisori certamente non grecofoni, o in caratteri nord-etruschi, una grafia derivante dall’alfabeto etrusco impiegata dalle popolazioni norditaliche per esprimere la propria lingua di ceppo celtico.
L’immobilismo iconografico che si rileva sulle monete emesse dalle popolazioni stanziate nella pianura padana deriva dal prototipo al quale queste produzioni fanno riferimento e che, di fatto, imitano, vale a dire la dracma pesante (g 3,8 circa) coniata dalla colonia focese di Massalia (Marsiglia) tra il 275 e il 225 a.C. (sulla base delle più aggiornate ricostruzioni offerte dagli studiosi francesi). Nelle emissioni della città greca la scritta sopra la schiena del leone è, in alfabeto greco, MAΣΣA, da integrare come l’abbreviazione del genitivo plurale dell’etnico Μασσαλιωτῶν (= dei massalioti). Per motivi che in larga parte ancora ci sfuggono, considerando che la moneta originale massaliota si rinviene piuttosto raramente nella pianura padana, questa serie è stata però presa come modello dalle popolazioni stanziate in questi territori, che ne hanno offerto numerose rielaborazioni, più o meno aderenti al prototipo dal punto di vista iconografico e ponderale. Se in generale la testa femminile al Diritto è stata riportata sempre più o meno fedelmente (anche se non sappiamo con quale personaggio le popolazioni cisalpine identificassero l’Artemide massaliota, forse una divinità femminile locale con attributi guerrieri), il lato sul quale si sono concentrate le maggiori attenzioni degli incisori è senz’altro il Rovescio, dove si trova un ricco campionario di leoni, animale che gli artigiani che avevano il compito di realizzare i conî non avevano probabilmente mai visto, resi in modi anche molto differenti e sovente fantasiosi.
La prima classificazione complessiva delle numerose emissioni note di dracme padane è stata offerta da Andrea Pautasso negli anni Sessanta del secolo scorso, sulla cui base si è innestata la più recente revisione proposta da Ermanno Arslan, la cui seriazione risulta ad oggi ampiamente accolta dalla storia degli studi. Lo studioso ha inoltre avanzato proposte di attribuzione delle diverse serie individuate alle popolazioni stanziate in Cisalpina in epoca pre-romana e note dalle fonti latine (Insubri, Cenomani, Libui ecc), basando le proprie ricostruzioni in buona parte sul quadro distributivo dei ritrovamenti delle monete pertinenti a ciascuna emissione. Tuttavia una serie di ragioni, tra cui il non abbondante quantitativo di scoperte disponibili, la spiccata mobilità territoriale di molti esemplari, che si rinvengono non solo nell’area individuata come probabile emittente ma anche in luoghi più o meno lontani, così come il frammentario stato delle conoscenze disponibile soprattutto in relazione ai ripostigli messi in luce nel XIX e nella prima metà del XX secolo, in molti casi immediatamente dispersi, non consente ad oggi di assegnare, al di là di ogni ragionevole dubbio, le emissioni conosciute alle popolazioni celtiche residenti in Cisalpina, se non in alcuni casi. Con il termine “ripostiglio” si intende generalmente un complesso associato di monete, che può essere formato da pochissimi pezzi finanche a centinaia di migliaia di esemplari, nascosto dal suo proprietario per motivi di risparmio personale oppure come riserva di valore in un luogo ritenuto sicuro, talvolta a seguito di eventi potenzialmente avversi o pericolosi, e poi da quest’ultimo non più recuperato. Segnale che, in molti casi, i timori dei detentori dovevano essere fondati. Dal territorio novarese e limitrofo sono segnalati almeno quattro accumuli di dracme padane; esemplari pertinenti (forse) a tre di essi sono conservati dall’ente e vengono ora esposti in mostra.
La maggioranza delle monete detenute dal Museo di Novara, pari a 41 esemplari, risulta però di ritrovamento incerto, e per il momento non sono ancora state individuate informazioni sul momento del loro arrivo a Novara e sulle circostanze della loro inclusione nelle raccolte museali. È possibile, ma allo stato attuale mancano dati certi, che alcune di esse fossero in origine parte del ripostiglio rinvenuto nel 1855 a Borgo Vercelli, in località Mulino Gamerra, composto da 100 dracme padane immediatamente disperse dopo la loro fortuita scoperta. In ogni caso, il nucleo più consistente delle monete di incerta provenienza, pari a 25 pezzi, rientra nella serie del cosiddetto “leone-scorpione”. Si tratta di dracme in cui il felino al Rovescio è reso con tratti tanto astratti, attraverso semplici accostamenti di figure geometriche, da renderne la porzione corrispondente al muso in qualche modo assimilabile alla parte frontale di uno scorpione stilizzato, con la testa rotonda racchiusa tra le le tenaglie che formano una linea semicircolare. Al di sopra della schiena di questo curioso animale l’originaria scritta MAΣΣA risulta ancora riportata, ma in caratteri alfabeti scorretti, con una resa simile a ΛΛΣΣΛΛ (e simili). Tali emissioni sono state attribuite ai Cenomani, popolazione stanziata nell’area delle odierne province di Brescia e Verona. Recenti analisi sul contenuto di fino di pezzi pertinenti a queste serie hanno fornito un valore medio dell’83% circa di argento puro, un quantitativo molto alto e in linea con quello delle primissime serie cisalpine (= 94,5%) e del prototipo massaliota (= 98%); anche il peso appare consistente, dato che la medie delle 25 dracme con “leone-scorpione” conservate al Museo di Novara ammonta a 2,99 g; tali elementi consentono di assegnarne la produzione in un periodo compreso tra la seconda metà del III e gli inizi del II secolo a.C. In associazione erano inoltre presenti 16 dracme pertinenti ad una seconda tipologia, quella del cosiddetto “leone-lupo”. In questo caso si tratta di monete in cui il grande felino posto al Rovescio perde la sua maestosità e robustezza, per prendere le sembianze di un più filiforme canide con la lingua penzoloni. La scritta è ancora una volta riportata in forma erronea e ricorda solo vagamente l’originario etnico massaliota. La storia degli studi ne attribuisce la produzione, pur con qualche incertezza, ai Libui, popolazione stanziata nel vercellese, elemento che, se confermato, la renderebbe l’unica emissione celtica cisalpina ascrivibile all’attuale territorio del Piemonte. La sua ampia diffusione, anche ben oltre la regione controllata da questa popolazione, non consente però di avere alcuna certezza. Il loro peso (le 16 dracme del Museo di Novara restituiscono un peso medio pari a 2,46 g) e il contenuto di fino calanti (= 72%) rispetto alle serie con il leone-scorpione ne consigliano un inquadramento cronologico posteriore, ipoteticamente collocato tra la fine del III e il II secolo a.C.
Più sicura la provenienza dei successivi cinque esemplari da un ripostiglio messo in luce, come è riportato in bibliografia, in una località incerta tra Borgo Vercelli e Novara tra il 1888 e il 1889. Le informazioni disponibili fanno intuire di come dovette trattarsi di un ritrovamento molto consistente, composto da oltre 6 kg di monete, che vennero subito proposte in vendita sul mercato, tanto che oggi pezzi provenienti da tale complesso sono presenti anche nelle collezioni del Civico Gabinetto Numismatico e Medagliere di Milano, dei Civici Musei di Como e del Museo Leone di Vercelli. L’immediata immissione delle monete nel circuito economico spiega la reticenza degli scopritori a comunicare con precisione il luogo del ritrovamento e per quale motivo ad oggi non si conosca l’esatta località in cui avvenne la scoperta. In ogni caso, tutte le dracme padane presenti a Novara rientrano nella tipologia del “leone-scorpione”, anche se sappiamo dai pezzi conservati dalle altre istituzioni che erano attestate anche altre tipologie; la più comune sembra essere quella con il “leone-lupo”.
Completano il quadro delle dracme padane della collezione del museo novarese nove pezzi donati dal cav. Avvocato Antonio Rusconi nel 1875, che facevano in origine parte di un ripostiglio messo in luce nel 1864 in regione Fornasone nel comune di Lumellogno, in un campo di proprietà del cav. Negroni e composto in origine da un numero imprecisato di dracme padane. I nove esemplari novaresi sono pertinenti a due distinte tipologie. Otto, infatti, rientrano nella serie del “leone-scorpione”, mentre la nona e ultima moneta è invece pertinente al tipo del “leone-lupo”. Il ritrovamento di punte di freccia in selce dell’età del rame mescolate tra le monete ha consentito agli studiosi di supporre che l’atto della deposizione di questi materiali sia stato effettuato nell’ambito di una ritualità, i cui dettagli tuttavia ci sfuggono a causa del recupero dei manufatti nel XIX secolo in assenza di rigorose pratiche di documentazione scientifica.
Un ultimo approfondimento riguarda un ulteriore ritrovamento di notevole importanza per la ricostruzione della circolazione monetale e degli assetti del territorio nel periodo precedente alla conquista romana della pianura padana. Faccio riferimento al ripostiglio messo in luce nel 1926 in località Picarello nel comune di Biandrate, in un terreno di proprietà del signor Girolamo Podestà. Segnalo, però, che tali monete non sono conservate nelle raccolte civiche novaresi. Formato in origine da 96 dracme padane e due denari romani repubblicani, metà circa del ripostiglio, vale a dire 40 dracme e un denario, sono confluite nel patrimonio del Museo di Antichità di Torino, mentre la porzione restante risulta conferita al Podestà, come era prassi a quel tempo. Gli esemplari detenuti dal museo torinese, gli unici dei quali si conosca l’identificazione, sono pertinenti a tre diverse tipologie. Due pezzi rientrano nel tipo caratterizzato dal cosiddetto “leone-naturalistico”, reso cioè con tratti non troppo dissimili dalle originali dracme massaliote, accompagnato dal genitivo plurale dell’etnico abbreviato in dizione corretta (MAΣΣA); tale serie è assegnata agli Insubri, stanziati nell’area del milanese e del comasco, e attribuita tra la metà del III e gli inizi del II secolo a.C., in parallelo all’emissione cenomane con il “leone-scorpione”. A quest’ultima sono da assegnare ulteriori tre dracme dal ripostiglio di Biandrate. La porzione più consistente del numerario conservato a Torino, pari a 35 esemplari, è invece assegnabile ai tipi con il “leone-lupo”, come detto attribuiti alla popolazione locale dei Libui, che la emisero forse nel corso del II secolo a.C. I due denari repubblicani, invece, caratterizzati dalla testa di Roma al Diritto e dai Dioscuri a cavallo al Rovescio, privi di simboli e dei nomi dei magistrati, rientrano nelle serie cosiddette anonime, datate tra la fine del III e gli inizi del II secolo a.C. La totale assenza di usura superficiale consente di supporne un occultamento in un momento piuttosto ravvicinato a quello della loro emissione da parte della zecca dell’Urbe. Tuttavia, il fatto che si trovassero «ad un metro di distanza» dal ripostiglio non permette di affermare senza alcun dubbio che le due monete romane siano state occultate nella stessa occasione in cui sono stati nascosti anche gli esemplari cisalpini e che il detentore dei primi lo fosse anche dei secondi. Infine, la loro giacitura isolata non permette nemmeno di accertare se il loro ingresso nel deposito archeologico sia legato ad una scelta intenzionale oppure frutto di uno smarrimento del tutto casuale, sebbene naturalmente l’alto valore intrinseco delle due monete rende più credibile che il proprietario si sia privato volontariamente dei suoi beni, nascondendoli in un luogo ritenuto sicuro.
(a cura di Alessandro Bona)