Museo Archeologico di Novara
Le monete in oro
Le monete in oro del Museo di Novara
La raccolta di monete auree del Museo di Novara consta di 40 esemplari di emissione compresa tra il 325 a.C. e il 1800-1801. Benché dunque la loro numerosità appaia tutto sommato limitata, la grande rilevanza della collezione nel contesto del patrimonio museale novarese è testimoniata dalla collocazione cronologica del numerario in un lunghissimo arco di tempo, dalla sua attribuzione ad un gran numero di entità politiche che hanno caratterizzato diverse fasi della storia d’Europa e del Vicino Oriente, dall’elevata qualità e dallo stato di conservazione ottimale dei singoli pezzi che la compongono. Le monete in oro novaresi sono state oggetto di pubblicazione e approfondimento nel volume edito nel 1987 sulle collezioni civiche, con un contributo a firma di Gian Guido Belloni e Claudia Perassi. In questa sede, se ne riprendono gli aspetti salienti, così da fornirne una visione il più possibile completa.
L’esemplare di più antica emissione è uno statere di Alessandro Magno, battuto nella zecca di Mileto attorno all’anno 325 a.C. (inv. n. 2231). Si tratta dell’unica moneta aurea attribuibile ad un’autorità emittente greca tra quelle confluite nelle collezioni civiche novaresi. La porzione più consistente della raccolta è dunque costituita da 20 monete di età imperiale romana. Innanzitutto, gli aurei inquadrabili tra il I e il II secolo d.C. ammontano a otto. Le autorità emittenti attestate sono Augusto (2 a.C. – 11 d.C.; inv. n. 2213), Nerone (64-68 d.C.; inv. n. 2214), Vespasiano, con un pezzo a suo nome (74 d.C.; inv. n. 2215) e uno per Tito Cesare (75 d.C.; inv. n. 2216), Traiano (101-102 d.C.; inv. n. 2217) e Adriano (125-128 d.C.; inv. nn. 2218-2219); è presente anche un esemplare per un’imperatrice defunta e divinizzata, vale a dire Faustina senior, moglie di Antonino Pio, morta nel 140 d.C. (inv. n. 2220). Tutte queste monete sono state coniate dalla zecca di Roma, salvo l’aureo augusteo, raffigurante gli sfortunati eredi del princeps Lucio Cesare e Caio Cesare, battuto presso l’atelier di Lugdunum.
Nessun esemplare è inquadrabile nel corso del III secolo d.C., un periodo caratterizzato da notevole instabilità politica che portò a produzioni monetali disorganiche, talvolta riguardanti anche il numerario aureo. I successivi 12 pezzi si collocano dunque tra il IV e il V secolo d.C. I solidi sono ben otto, e da attribuire a Costanzo II (355-361 d.C.; inv. n. 2221), Valentiniano I (367-375 d.C.; inv. n. 2222), Teodosio I (383-395 d.C.; inv. nn. 2224-2225), Onorio (395-408 d.C.; inv. nn. 2227-2228), Teodosio II (430-450 d.C.; inv. n. 2234) e Leone I (457-474 d.C.; inv. n. 2235), ai quali si accompagnano due tremisses, ossia nominali del valore pari a 1/3 di solidus, rispettivamente a nome di Teodosio I (383-388 d.C.; inv. n. 2226) e Valentiniano III (425-455 d.C.; inv. n. 2229). L’ampia distribuzione geografica delle zecche attestate ben esemplifica il fenomeno di dislocazione della produzione monetaria nel periodo tardoantico in buona parte del territorio e al seguito delle corti che avevano sede nelle principali città della compagine imperiale: Treveri, Aquileia, Roma, Sirmium, Constantinopolis, Antiochia. Completano il quadro due possibili multipli, che rappresentano pezzi di notevole interesse in relazione alla scarsità o all’assenza di confronti puntuali con esemplari noti. Il primo, battuto ad Aquileia tra il 375 e il 392 d.C. (inv. n. 2223), presenta al Diritto il ritratto di Valentiniano II accompagnato al Rovescio da una raffigurazione prospettiva dello stesso imperatore in quadriga nell’atto di lanciare monete; attorno a tale ricca iconografia corre la scritta gloria romanorvm. Ulteriore elemento di anomalia è costituito dal peso del tondello, pari a g 5,35, che si discosta da quello del solidus introdotto dalla riforma monetaria di Costantino I (g 4,55 circa) mentre sembra avvicinarsi a quello dell’aureo emesso nelle fasi precedenti (g 5,45 circa). Un’emissione caratterizzata da analoghe scritte e soggetti, di peso simile, è nota ma per la zecca di Treveri (RIC IX, p. 30, n. 89). Infine, è attestato un multiplo da un solidus e mezzo (g 6,41) coniato a Constantinopolis tra il 383 e il 408 d.C. (inv. n. 2233), recante al Diritto il busto di Arcadio e al Rovescio lo stesso imperatore avanzante a cavallo con attorno la scritta adventvs avgvsti, a segnare la memoria di un arrivo in città di questo imperatore e della sua corte. Un foro collocato in asse con il ritratto imperiale al Diritto segnala un impiego di questo esemplare come pendente. Pure in questo caso, l’emissione appare alquanto rara, come generalmente accade per i pezzi di pondometria superiore a quella del solidus: un analogo multiplo da un solidus e mezzo (g 6,61) con il medesimo soggetto al Rovescio e anch’esso assegnato all’atelier costantinopolitano, ma a nome di Teodosio II e datato al 437 d.C., ha fatto recentemente la sua comparsa sul mercato antiquario (Numismatica Ars Classica, Auction 154, 19 maggio 2025, lot. n. 1511).
Appare piuttosto probabile che le 20 monete di età romana imperiale di cui si sta parlando coincidano in tutto o in parte con gli altrettanto numerosi e coevi esemplari aurei donati dall’avvocato Cesare Gautieri alla città di Novara nel 1892, insieme a 727 pezzi greci e romani in argento e metallo vile, di ben più complessa identificazione puntuale.
I successivi sei esemplari rientrano tra la monetazione bizantina. Innanzitutto sono presenti due solidi, rispettivamente pertinenti alle emissioni costantinopolitane di Giustiniano I (527-565 d.C.; inv. n. 2236) e Tiberio III Apsimaro (698-705 d.C.; inv. n. 2230) e tre tremisses, tutti di produzione ravennate, a nome di Maurizio Tiberio (582-602 d.C.; inv. nn. 2237-2238) e Foca (602-610; inv. n. 2239); a tali esemplari si aggiunge un più tardo (1222-1254) hypérpyron di Giovanni III Ducas Vatatzes (inv. n. 2232).
L’unica moneta proveniente dall’Italia meridionale e databile nei secoli centrali del medioevo è un tarì coniato a Palermo da Ruggero II attorno al 1140 (inv. n. 2240). Le otto successive sono invece da ascrivere alle emissioni tardomedievali di Milano, Genova, Venezia e Firenze. Alla zecca della prima città vanno attribuiti un fiorino di Filippo Maria Visconti (1412-1447; inv. n. 2247) e due mezzi ambrosini della Repubblica Ambrosiana (1447-1450; inv. nn. 2248-2249). Il primo, con ogni probabilità, coincide con il fiorino donato alla Società Archeologica Novarese dal signor G. Capra il 27 marzo 1877; uno dei due mezzi ambrosini, invece, con quello conferito allo stesso Ente dal Cavalier Ricca il 10 marzo 1878, anche se è ad oggi impossibile determinare quale sia stato l’esemplare oggetto di dono. Seguono un genovino di Simone Boccanegra (1339-1344; inv. n. 2243), probabilmente da identificare con l’analogo nominale rinvenuto a Biandrate nel 1895, e due ducati veneziani di Francesco Dandolo (1329-1339; inv. n. 2244) e Andrea Dandolo (1343-1354; inv. n. 2245), per i quali si segnala il ritrovamento da Cameri. Infine, sono presenti due fiorini di Firenze (1306-1324; inv. nn. 2241-2242) le cui circostanze di reperimento e immissione nelle collezioni museali novaresi sono incerte. Costituiscono invece produzioni coeve di zecche straniere lo Scudo del Delfinato del re di Francia Francesco I d’Angoulême (1515-1547; inv. n. 2252) e il fiorino del sovrano ungherese Mattia Corvino (1458-1490; inv. n. 2251).
Gli ultimi due esemplari si datano in età contemporanea. Si tratta di uno zecchino veneziano del Doge Ludovico Manin (1789-1797; inv. n. 2246) e di un nominale da Venti Franchi (cosiddetto Marengo) battuto a Torino in età napoleonica (1800-1801; inv. n. 2250). Quest’ultimo risulta donato il 10 ottobre 1875 dall’avvocato Alessandro Vocchieri alla Società Archeologica Novarese.
La numerosità delle donazioni di monete in oro effettuate da privati alla Società Archeologica Novarese e alla stessa città di Novara, alle quali si devono ovviamente aggiungere i più numerosi, ma più difficilmente identificabili, conferimenti di esemplari in argento e metallo vile, denotano chiaramente, riprendendo le parole di Claudia Perassi, «un profondo interesse nell’ambiente culturale novarese del secolo scorso per la numismatica. Questo interesse non doveva limitarsi all’aspetto ‘venale’ delle monete, né essere dettato da una più o meno dotta curiosità, tant’è che era esteso anche allo studio e alla interpretazione del dato numismatico quale fonte importante per la conoscenza della storia, dell’economia, dell’arte e della cultura».
(a cura di Alessandro Bona)