Museo Archeologico di Novara
Alessandro Scavini
donatore, antiquario
Intra , 1830 — Arizzano , 1918
Intra, 1830 circa – Arizzano, 1918
Biografia
Nel febbraio 1879 il Registro doni della Società Archeologica annota una serie di oggetti provenienti da “Scavini Alessandro, orefice di Intra”. Si tratta di una bottiglia in lamina di rame, un bronzetto di Ercole con leonté e alcuni sigilli d’età medievale-moderna “tutti oggetti trovati in Ossola”. Come ultima voce del piccolo donativo sono registrati i “calchi in gesso dei camei di Ennio Quirino Visconti”. Lo stesso Scavini nel 1880 donò poi alcune ceramiche d’età romana in terra sigillata e pareti sottili, provenienti da Locarno, con ogni probabilità parte della vasta necropoli messa in luce negli anni attorno al 1874-76 in occasione della costruzione del Park Hotel della località lacustre svizzera.
L’elemento di maggiore interesse elargito da Scavini è senz’altro la raccolta di calchi di “camei”, in realtà pressoché tutti intagli e scarabei, associata alla celeberrima figura dello studioso di antichità Ennio Quirino Visconti.
Qualche dato sulla figura e gli interessi dello Scavini si ricava dal necrologio pubblicato nella rivista verbanese La Vedetta del dicembre 1918, in cui è descritto come di invidiabile longevità e ne vengono messe in risalto le doti di “intelligenza aperta e sagace, varia e buona coltura…” oltre a sottolineare il suo amore per l’Arte, “in tutte le più svariate forme del Bello del quale egli ebbe un culto appassionato e fervido”.
Sappiamo che esercitò l’attività di famiglia di argentiere con negozio a Intra, nella piazzetta Cinque Vie, in società con suo fratello Spirito; sono note argenterie con la sua firma sia nell’ambito dell’ornamento personale (spilloni per la raggiera del costume tradizionale di alcune località lacustri), sia in quello del vasellame e degli arredi liturgici.
Dal necrologio si ricava inoltre che aveva allestito presso la sua bottega in Intra una raccolta antiquaria, fregiandosi dell’insegna Antiquités, che veniva visitata anche da ospiti illustri “non esclusi Coronati e Sovrane celebri per grazia e coltura, quali Carmen Sylva [ndr Elisabetta di Romania], Vittoria d’Inghilterra e Margherita di Savoia – per intrattenersi famigliarmente con lui sui pregi e sulle bellezze rare di preziosi cimelii d’arte antica, ch’egli radunava, con passione di Mecenate più che per intenso e volgare desiderio di lucro, assetato sempre – e non mai sazio – della gioia intensa che veniva al suo occhio ed al suo spirito dagli splendori di bellezza sfavillanti dai suoi ori e dai suoi argenti, dai suoi marmi e dai suoi bronzi, dalle sue sete e dalle sue gemme, tra i quali egli viveva, come solitario tra creature che lo comprendevano e lo amavano, prodighe a lui di ebrezze squisite, che a pochi eletti è concesso di godere”.
È suggestivo ipotizzare che, nell’ambito dei suoi contatti, abbia acquisito una parte dell’eredità di Ennio Quirino Visconti, che potrebbe essere giunta sul lago Maggiore in seguito al matrimonio del maggiore dei suoi figli, Sigismondo (poeta arcade noto con lo pseudonimo di Leocle Megaridense), con Angiola Berta di Oggebbio (località sulla sponda lacustre piemontese appena a nord di Verbania). Sigismondo incontrò la giovane donna a Milano, dove esercitava il mestiere di stiratrice, e, dopo le nozze, la coppia soggiornò nel Verbano. Risulta inoltre che Berta, rimasta vedova qualche anno prima (probabilmente nel 1858), abbia redatto testamento nel 1862, istituendo con le sostanze ereditate dal marito un legato a favore dei poveri da distribuirsi a cura della parrocchia di Oggebbio. Si può quindi immaginare che parte dei cimeli già di Ennio Quirino Visconti siano pervenuti nel Verbano per tramite del figlio Sigismondo e successivamente della sua vedova.
(a cura di Elena Poletti Ecclesia)
Bibliografia di riferimento
Sullo Scavini: La Vedetta, dicembre 1918
Sulla presenza di Sigismondo Visconti nel Verbano: V. De Vit, Il Lago Maggiore. Stresa e le Isole Borromee. Note storiche colle vite degli uomini illustri nello stesso lago, Prato, 1875, vol. II, p. 43.